26 Settembre 2020
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a pochi giorni dalle olimpiade e dopo gli ultimi casi di doping "l´importante e´ partecipare o vincere"

30-07-2008 - Atletica leggera
Con quest´ articolo l´Atletica Desenzano inizierà a curare una rubrica dedicata alle prossime Olimpiade di Pechino.

"L´importante è partecipare, non vincere". Così detto, questo concetto può essere considerato contraddittorio: leggendo il periodo in questione, infatti, si ricava l´idea che nello sport la vittoria non sia importante, mentre la partecipazione si.
Questo ci potrebbe condurre a pensare che l´agonismo non debba avere come fine principale la vittoria, anche se ciò non sembra possibile in nessuno sport e a nessun livello di prestazione.
I campioni, per esempio, attraverso il comportamento che manifestano in campo e le dichiarazioni rilasciate alla stampa o alla televisione, fanno capire sempre con chiarezza l´importanza della vittoria, la sua assoluta preminenza su tutto il resto.
Certamente questa tensione verso la vittoria è legata anche, nel loro caso, a interessi economici; ma vincere non è solamente una questione venale: gareggiare per la vittoria è la motivazione necessaria e sufficiente a dare il meglio di sé per chiunque (bambini, giovani, adulti) e in qualunque attività agonistica.
Praticamente, senza una speranza di vittoria non si può nemmeno parlare di agonismo.
Prendendo per vero quanto abbiamo detto, quindi, dovremo concludere che la celeberrima frase attribuita al barone Pierre de Coubertin esprima un modo di ragionare perlomeno inadeguato al mondo sportivo; la vera essenza dello sport dovrebbe essere allora fondata sul concetto diametralmente opposto a quello conosciuto "l´importante è vincere, non partecipare".
A questo punto i principi fondamentali "dell´etica sportiva" sembrano confusi se non addirittura compromessi: forse de Coubertin non si rendeva conto che gareggiare equivale a dire tendere verso la vittoria? Forse le regole di cavalleria che nutrono lo "spirito olimpico" sono pura utopia o arcaica e superata tradizione? E come si spiega il successo di una frase cosi lontana dalla mentalità dell´agonismo?Per cercare di chiarire un po´ l´apparente contraddizione fra quelli che possiamo definire presupposti teoretici della morale sportiva (espressi nella frase di de Coubertin) e la effettiva pratica dello sport a tutti i livelli, ci sembra necessario indagare sul modo in cui nacque questo pensiero.
Quasi un secolo fa, ossia, il giorno 24 luglio 1908, nel corso del banchetto offerto dal Re di Gran Bretagna Edoardo VII in occasione delle Olimpiade di Londra, Pierre de Coubertin in risposta al brindisi proposto da Lord Desborough, disse testualmente:
"Domenica scorsa, 19 luglio, durante la cerimonia organizzata in S. Paul in onore degli atleti, il Vescovo di Pennsylvania ha ricordato in termini felici: l´importante, in queste Olimpiadi, non è tanto vincere quanto partecipare. La cosa importante, nella vita, non è vincere ma combattere bene".
Dunque l´idea di accostare strettamente partecipazione e vittoria provocandone il paragone non venne in mente in modo diretto al barone; tuttavia egli condivise di sicuro in pieno il concetto, tanto da arrivare ad esprimerlo in modo preciso e circostanziato in una occasione importantissima qual era un banchetto ufficiale, dinanzi alle maggiori autorità dell´epoca.
Le parole del Vescovo di Pennsylvania suonano in modo diverso da quelle dello slogan che siamo abituati a sentire e anche, un po´ meccanicamente, a ripetere.
Vediamo di mettere in luce quelle differenze che hanno determinato la perdita di una buona parte del significato originale della frase.
Prima di tutto il paragone, costruito con i termini "non tanto ... quanto" non tende a negare l´importanza della vittoria. Essa viene invece subordinata alla partecipazione riguardante quella particolare edizione dei Giochi; non bisogna dimenticare che le Olimpiadi erano giunte appena alla quarta rassegna e stentavano un po´ a prendere quota, perciò quelle parole potevano servire a sdrammatizzare gli insuccessi delle varie nazioni convenute con i loro pochi atleti, in un´epoca in cui la regola dei tre uomini-gara non esisteva ancora e la dominazione dei paesi più preparati e organizzati era schiacciante in molte gare.
De Coubertin, che desiderava coinvolgere in un´atmosfera di pace e di fratellanza la gioventù sportiva di tutto il mondo, colse forse quell´occasione per ribadire che anche alcune personalità autorevoli consideravano importante rafforzare e propagare l´ideale olimpico.
Anche al di fuori della contingenza storica, tuttavia, il concetto così esposto assume un significato più chiaro: se la vittoria è importante perché insita nella logica dell´agonismo, la partecipazione è ancora più importante perché rappresenta la condizione indispensabile allo svolgersi dell´evento agonistico: è il momento dell´accordo fra i concorrenti prima dello scontro - leale e onesto - che li unisce nell´intenzione di misurare le proprie e altrui forze mantenendo ciascuno la dignità della propria condizione umana. Per questo la specificazione che il combattere bene è più importante di vincere è veramente opportuna e indiscutibile; infatti, se la battaglia (nello sport come nella vita) viene combattuta con mezzi leciti, qualunque verdetto può essere accettato con serenità, perché veramente rispondente alla realtà delle forze in campo.
Nessuna gara può essere disputata, nessuna vittoria può essere attribuita se manca l´accordo di base della partecipazione.

Questo concetto abbraccia le sorti dell´intera umanità, ma può e deve rivolgersi al singolo individuo, al singolo atleta: e infatti, prima ancora di pensare a vincere una gara, ogni atleta deve ottenere la vittoria di parteciparvi, sia essa una gara ai più modesti livelli sia una gara olimpica o mondiale.
Accettare di partecipare è un messaggio di intesa e di solidarietà fra gli uomini; meritare la partecipazione è la prima vittoria individuale di ogni atleta.
Troppo scarna e sbrigativa ci sembra, ora, la filosofia spicciola e piuttosto superficiale dell´importante è partecipare, non vincere.
È un´idea comoda in caso di sconfitta, una specie di premio di consolazione quando non si riesce ad agguantare la vittoria. È, in fondo, la tentazione di non accettare un sogno che svanisce, di nascondere la realtà, di dimenticare la delusione; è una frase che si è diffusa con facilità perché ci vuol poco a pronunciarla e a crederci, e chissà quante volte ce la siamo detta a vicenda, ironizzandola, per tirarci un po´ su.
Il pensiero del Vescovo di Pennsylvania e di Pierre de Coubertin è invece qualcosa di più profondo, di più pungente, di veramente universale: è un messaggio di pace. In quelle parole possiamo leggere, la speranza che lo sport possa servire ad unire tutti i popoli e la convinzione che solo attraverso la cooperazione di tutti si può giungere a rispettare la libertà e la dignità del vincitore come quella dello sconfitto: quando due atleti scendono in campo e tentano di sopravanzarsi l´un l´altro in modo onesto e leale entrambi hanno vinto la loro battaglia contro la brutalità e l´egoismo, e il progresso umano ha compiuto un altro piccolo passo in avanti.


Fonte: settore tecnico - Domenico GERACITANO

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